Archivi del mese: ottobre 2011

IV. BRAHMÁCHARYA

• La quarta norma etica dello Yôga è brahmácharya, la non dissipazione della sessualità.

• Questa norma raccomanda totale astinenza dal sesso agli adepti dello Yôga Classico e a quelli di tutte le correnti non tantriche.

• Lo yama brahmácharya non obbliga il celibato né l’astinenza dal sesso per gli yôgin che seguono la linea tantrica.

• La sessualità si dissipa attraverso la pratica eccessiva del sesso con l’orgasmo.

• Lo yôgin o yôginí che ha ottenuto dei progressi relativi alle sue qualità energetiche mediante le pratiche e l’osservanza di queste norme, dovrà preservare la sua evoluzione, evitando rapporti sessuali con persone che non condividono lo stesso ideale di salute e purificazione.

Precetto moderatore: L’osservanza del brahmácharya non deve indurre al moralismo, al puritanesimo, né deve creare distanze tra le persone o allontanamenti

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V. APARIGRAHA

• La quinta norma etica dello Yôga è aparigraha, la non possessività.

• Lo yôgin non deve essere attaccato ai suoi beni e, ancora meno, a quelli degli altri.

• Molti di coloro che si sono staccati sono attaccati al desiderio di non attaccarsi.

• Il vero stacco è quello che rinuncia al possesso dei suoi beneamati, come familiari, amici e, principalmente, coniugi.

• La gelosia e l’invidia sono manifestazioni censurabili del desiderio di possedere persone, oggetti o realizzazioni che appartengono ad altri.

Precetto moderatore: L’osservanza dell’ aparigraha non deve indurre né al disinteresse per le proprietà che ci sono state affidate, né alla mancanza di zelo nei confronti delle persone a cui vogliamo bene.

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VI. SAUCHAN

 • La sesta norma etica dello Yôga è sauchan, la pulizia.

• Lo yôgin deve essere purificato sia esternamente che internamente.

• Il bagno quotidiano, l’igiene della bocca e dei denti e altre forme comuni di pulizia non sono sufficienti. Per quanto riguarda il corpo, bisogna purificare gli organi interni e le mucose, mediante delle tecniche dello Yôga.

• Non serve a molto lavare il corpo fuori se la persona ingerisce degli alimenti con elevato tasso di tossine e impurità come le carni di animali morti che entrano in processo di decomposizione a morte avvenuta.

• Allo stesso modo, lo yôgin non deve fare uso di sostanze tossiche, che inducono alla dipendenza o che alterano lo stato di coscienza, anche se queste sostanze sono naturali.

• Colui che si preoccupa solo dell’igiene fisica non sta compiendo sauchan. Questa raccomandazione viene interpretata in maniera soddisfacente solo quando si pratica la pulizia interiore. Essere pulito psichicamente e mentalmente costituisce un requisito imprescindibile.

• Essere pulito interiormente significa non nutrire la tua psiche con immagini, idee, emozioni o pensieri tossici, come la tristezza, impazienza, irascibilità, odio, gelosia, invidia, avidità, disfattismo ed altri sentimenti inferiori.

• Infine, questa norma raggiunge la sua pienezza quando la pulizia dello yôgin si riflette nell’ambiente in cui vive, la cui manifestazione più prossima la si nota nella sua casa e nel suo luogo di lavoro.

Precetto moderatore: L’osservanza di sauchan non deve indurre all’intolleranza nei confronti di coloro che non comprendono l’igiene in maniera così estesa.

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VII. SANTÔSHA

 • La settima norma etica dello Yôga è santôsha, la contentezza.

• Lo yôgin deve coltivare l’arte di essere contento in tutte le situazioni.

• La contentezza e la sua antitesi, il malcontento, sono indipendenti dalle circostanze che li hanno generati. Sorgono, crescono e cingono l’individuo solamente dovuto all’esistenza, radicata nel fondo della personalità, del germe di questi sentimenti.

• L’istruttore di Yôga deve manifestare costantemente contentezza nei confronti dei suoi colleghi manifestandogli solidarietà e sostegno reciproco.

• Discepolo è colui che coltiva l’arte di essere contento insieme al Maestro che ha scelto.

Precetto moderatore: L’osservanza di santôsha non deve indurre all’accomodamento di coloro che usano questo pretesto per non perfezionarsi.

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VIII. TAPAS

• L’ottava norma etica è tapas, autosuperamento.

• Lo yôgin deve costantemente fare uno sforzo su se stesso in ogni momento.

• Questo sforzo di autosuperamento consiste in una attenzione costante nel migliorarsi giorno per giorno impegnandosi in ogni circostanza.

• Coltivare l’umiltà e la cortesia sono la dimostrazione pratica di tapas.

• Mantenere la disciplina nella pratica quotidiana dello Yôga è una manifestazione di questa norma. Preservarsi da un’alimentazione incompatibile con lo Yôga fa parte del tapas. Trattenere l’impulso nel fare commenti maligni su terze persone viene considerata come corretta interpretazione di questo precetto.

• La serietà nel non mischiare con lo Yôga sistemi, arti o filosofie che il tuo Maestro sconsiglia, grazie alla sua vasta conoscenza, è tapas.

• L’austerità nel mantenere fedeltà e lealtà al tuo Maestro costituiscela più nobile espressione di tapas.

Tapas è inoltre la disciplina che spiana la strada al compimento delle altre norme etiche.

Precetto moderatore: L’osservanza di tapas non deve indurre al fanatismo né alla repressione e, ancor meno, ad alcun tipo di mortificazione.

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IX. SWÁDHYÁYA

• La nona norma etica dello Yôga è swádhyáya, o autostudio.

• Lo yôgin deve cercare l’autoconoscenza attraverso l’osservazione di se stesso.

• Questo autostudio lo si può anche ottenere attraverso la concentrazione e la  editazione. Sarai aiutato dalla lettura di opere indicate e, allo stesso modo, ostacolato da libri non raccomandati dall’ orientatore competente.

• La convivenza con il Maestro rappresenterà il maggiore stimolo allo swádhyáya.

• L’autostudio deve essere praticato ancora mediante la socievolezza, l’allargamento del cerchio di amicizie e l’approfondimento del cameratismo.

Precetto moderatore: L’osservanza di swádhyáya non deve indurre all’alienazione dal mondo esterno né all’adottare atteggiamenti che possano portare a comportamenti strani o che denotano un disadattamento di personalità.

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X. ÍSHWARA PRANIDHÁNA

• La decima norma etica dello Yôga è íshwara pranidhána, l’autoaffidamento.

• Lo yôgin deve essere sempre interiormente sicuro e fiducioso che la vita segue il suo corso, obbedendo a leggi naturali e che ogni sforzo per autosuperarsi deve essere conquistato senza ansietà.

• Durante l’impegno della volontà e della dedizione in un lavoro, la tensione dell’aspettativa deve essere neutralizzata dalla pratica di íshwara pranidhána.

• Quando la coscienza è tranquilla per aver fatto il possibile pur non avendo raggiunto il risultato ideale; quando la persona è impossibilitata nell’ottenere migliori risultati, questo è il momento di affidare il risultato delle proprie azioni a una volontà superiore i cui piani molte volte sono incomprensibili.

Precetto moderatore: L’osservanza di íshwara pranidhána non deve indurre né al fatalismo né all’indifferenza.

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Presentazione della nostra scuola

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Pratica speciale

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L’ Albero della Vita

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